i monumenti storici

Il nuraghe “Sa Domu Beccia”

Secondo il ‘padre’ degli archeologi sardi, Giovanni Lilliu (1914-2012), era la reggia di una piccola capitale, esattamente come su Nuraxi a Barumini e nuraghe Losa ad Abbasanta. Prima di lui, a inizio XIX secolo, altri studiosi sardi, Angius e Spano, testimoni oculari della fortezza, ne esaltarono l’architettura. L’antica maestosità del nuraghe sa Domu Beccia (‘casa vecchia’ in campidanese), un unicum nell’Isola per la singolare articolazione di torri e cinte fortificate. 

Sa Domu Beccia, costruita in pietra basaltica, è costituita da un bastione a tre torri unite da cortine murarie, che racchiudono una torre centrale (mastio) e un cortile, con pozzo al centro, da cui si aprono accessi a sei ambienti. Dal mastio si dipartono tre rampe di scale che ‘suggeriscono’ l’originaria complessità dei livelli superiori del nuraghe: l’attuale interramento non consente di rilevare la planimetria di camere, ingressi e corridoi, ma potrai notare nelle pareti del mastio tre grandi nicchie disposte a croce. Lo splendido fortilizio è ‘protetto’ da un monumentale antemurale ettagonale con sei torri (di diametro tra cinque e sei metri). A sud del nuraghe, si estende un vasto villaggio costituito da circa 150 capanne discretamente conservate, in gran parte circolari. A breve distanza, a nord, è stato individuato il profilo di una tomba di Giganti, con corpo allungato absidato ed esedra semicircolare.

Le origini di Uras risalgono a fine III millennio a.C., testimoniate da ceramiche ritrovate a sa Grutta manna. A Roja Cannas, alle falde del monte Arci, è stato individuato il maggiore giacimento di ossidiana del Neolitico. Il territorio fu densamente abitato in età nuragica: oltre a sa Domu Beccia, vedrai più di venti torri megalitiche e due tombe di Giganti. Interessante anche la storia successiva dell’importante centro agricolo del Campidano oristanese: testimoni del Medioevo sono i resti dell’abbazia di san Michele in Thamis (XII secolo), a due chilometri dal paese, e lo sono stati fino ai primi del XIX secolo – come attestano Angius e Spano – i muraglioni del castello di Uras. Oggi l’abitato storico si sviluppa attorno alla barocca parrocchiale di santa Maria Maddalena (1664-82). A proposito di storia e luoghi di culto: accanto alla chiesa di san Salvatore si combattè il 14 aprile 1470: Leonardo Alagon sconfisse gli aragonesi del viceré Carroz.

Fonte: https://www.sardegnaturismo.it/it/esplora/sa-domu-beccia

L’Abbazia di San Michele in Thamis(Sec.XII)

Per giungere al luogo nel quale sorgeva questa importante abbazia del Giudicato d’Arborea, distante appena due chilometri da Uras, bisogna Superare la Superstrada 131 e imboccare la provinciale 442 che conduce a Morgongiori. 

Dopo alcune centinaia di metri si svolta a sinistra lungo la strada a fondo naturale che conduce alle vecchie cave di perlite. Accanto a quella strada scorre il Rio Thamis, e la zona è ricca di nuraghi: Arbu, Bentu Crobis, Serdis; quà e là i resti di cave di pietra utilizzate negli anni Cinquanta. 

Dell’abbazia rimangono alcuni muri che delimitano diversi vani, ingombri delle pietre crollate negli anni. Le basi di un muro, ancora rivestito di intonaco, delimitano un vasto rettangolo, un tempo adibito a giardino. 

Le rovine, ombreggiate da un grande fico, lasciano intuire l’antico splendore del sito. 

Le località situate intorno a Thamis sono denominate Corti Clara, Piscinas, Telas, Madala. 

Sulla data dell’insediamento dei monaci Vallombrosani a Thamis non si hanno notizie precise. Si sa comunque che dal 1128 al 1176 nacquero diversi insediamenti dei monaci Vallombrosani e Camaldolesi nei giudicati sardi. 

Nel 1128 i Vallombrosani, appoggiati da Pisa, entrarono in possesso della chiesa di San Michele di Salvenor. L’Abbazia di Thamis è presente anche nelle Bolle di Gregorio IX e Innocenzo IV nel 1227 e nel 1233. Nel 1403 l’Abbazia era guidata dal vicario di San Michele di Plaiano.

Come è noto questi monasteri non erano soltanto luoghi di culto ma avevano importanza agricola e commerciale, nonché rilievo politico e militare. 

A Thamis i monaci vennero in possesso di estesi latifondi e qui crearono delle aziende agricole dove introdussero nuovi sistemi nell’allevamento e nelle colture; quindi svilupparono notevolmente il commercio del grano, dei legumi, del formaggio e delle pelli. 

Secondo padre Casu l’Abbazia di Thamis esisteva ancora verso la metà del secolo XVI in quanto il suo abate era presente ai due sinodi diocesani celebrati da monsignor Pietro Fragus, vescovo di Usellus e Terralba.

 

Fonte: https://spazioinwind.libero.it/uras/monumenti.htm

Il Castello di Uras

L’Angius, lo Spano e altri scrittori sardi scrivevano che, fino ai primi anni del 1800, i muraglioni dei castello di Uras erano ancora in piedi. 

In effetti rimaneva fino a poco tempo fa un basamento, costituito da mattoni crudi ma durissimi, situato dentro il paese, a pochi passi dalla via denominata Bia Sa Turri (via La Torre appunto) lungo il rio Thamis. 

Lo storico Fara parla di questo castello nel suo De Chorographia Sardiniae (Torino, Tipografia regia, 1835, lib.II, p. 77). 

Nel Dizionario geografico degIi Stati Sardi l’Angius scriveva (Op. cit, III, p. 1051): «Esistevano ancora sino a pochi anni le mura principali di un antico castello, costruito non a pietre ma a cassoni di argilla battuta, mescolate di pietruzze e di paglia, e poi intonacata di calce.

Mi fece stupire la durezza che avevano quei grandi mattoni (tapius) crudi anche nelle parti dove erano spogli di quella crosta di calce, per cui questa muratura dicesi dai sardi “tapiu a crosta”.

Pare sia stato il castello del Signore del luogo in tempo del governo nazionale, e abbia servito per difesa nelle aggressioni frequenti dei barbareschi. [ … ] «II distretto di Bonorcili, che per la sua situazione, e per la fertilità avrebbe potuto essere dei più prosperi, fu dei più miseri per una serie di fatali disgrazie.

Fu un tempo, quando, cessato il governo dei giudici nazionali, restò esso senza alcuna difesa dai barbareschi, che non infestavano pure il littorale, ma penetrando nelle terre, tutto mettevano a ferro e fuoco».

«Cadde allora Terralba, caddero gli altri paesi, e solo sussisteva Uras col suo castello, se Uras ebbe mai un castello, come dice il Fara».

Per il Carta Raspi (Storia della Sardegna, Milano, Mursia, 1971, p. 411) il Giudicato di Arborea aveva un sistema difensivo basato su fortificazioni che si disponevano, nel confine con il Giudicato di Cagliari, su due linee parallele. Nella prima erano dislocati i castelli di Erculentu, fra Arbus e Guspini, di Monreale, sul colle che domina Sardara, di Marmilla presso Las Plassas. 

Nella seconda linea c’crano i castelli di Barumele, di Senis, di Laconi, e appena più arretrati quelli di Uras e di Margunulis, presso Usellus. 

Nei secoli IX-XV  il Giudicato di Arborea possedeva 22 castelli, tre dei quali appartenevano alla Curatoria di Bonorcili: l’Arquentu, o Erculentu, di Guspini, il Monreale di Sardara e quello di Uras.  

Secondo alcuni studiosi queste strutture difensive furono utilizzate soprattutto per salvaguardare le ricchezze e i raccolti delle pianure dalle bardane dei barbaricini.

Fonte: https://spazioinwind.libero.it/uras/monumenti.htm

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